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Urbanistica, territorio e politiche abitative

NOV

23

2016

La dimensione del rischio sismico in Italia

Autore: Paola Reggio

Il CRESME porta avanti da anni un’importante ricerca sullo “Stato del territorio in Italia” che da un lato guarda agli scenari evolutivi del nostro territorio e dall’altro affronta il tema della vulnerabilità rispetto ai rischi naturali. La condizione di estrema fragilità che caratterizza il contesto territoriale italiano rispetto a sismi, frane e alluvioni è un dato di fatto. Il sisma che ha colpito il centro Italia a fine agosto mostra come, pur conoscendo la gravità del problema dell’esposizione al rischio naturale, non siamo pronti a convivere con le caratteristiche di fragilità del nostro Paese senza far pagare alla popolazione i costi del rischio. A fine anno uscirà il quarto “Rapporto sullo stato del territorio in Italia” che chiarisce qual è l’attuale dimensione del problema dell’esposizione al rischio, la reazione delle città agli effetti dei cambiamenti climatici, il consumo di suolo, quali sono le azioni intraprese dalle Istituzioni per la “prevenzione e cura” del rischio naturale ovvero cosa si sta facendo per limitare i danni connessi agli effetti degli eventi sismici e di dissesto idrogeologico, e verifica i costi connessi agli interventi in emergenza e alla manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza del territorio.

 

Il 44% del territorio e il 36% delle persone sono esposte al rischio sismico

Secondo la classificazione sismica dei comuni italiani della Protezione Civile (marzo 2015) il 44% del territorio nazionale (133mila kmq) è in area ad elevato rischio (zona sismica 1 o zona sismica 2) pari al 36% dei comuni italiani (pari a 2.097). In queste aree risiedono 22,2 milioni di persone, 8,9 milioni di famiglie, si trovano oltre 6,1 milioni di edifici di cui quasi 1 milione ad uso produttivo con 4,7 milioni di addetti distribuiti in 1,5 milioni di unità locali. Considerando le dinamiche insediative rispetto al 2001, a parità di comuni esposti a rischio elevato, la popolazione residente nelle aree è aumentata del 4% e il numero di edifici realizzato in questi comuni è aumentato del 7,6%.

 

 

Il Dipartimento di Protezione Civile ha classificato i comuni italiani secondo 4 classi di pericolosità sismica sulla base dell’intensità, la localizzazione e la frequenza dei fenomeni sismici del passato. Com’è noto, tale classificazione non costituisce un dato sulla possibilità che si verifichino in un comune sismi e anche di forte magnitudo. Ovvero bassa pericolosità non significa “piccoli terremoti” ma terremoti anche robusti ma rari, o in termini più tecnici, una bassa probabilità di forti scuotimenti in un intervallo di tempo breve dal punto di vista geologico. A partire da questa classificazione, le aree a rischio sismico elevato sono composte dai comuni classificati in zona sismica 1 e 2.

I dati censuari 2011 disponibili a livello comunale, consentono di determinare con buona approssimazione l’entità del patrimonio edilizio esposto a rischio elevato. Gli edifici esistenti in aree ad elevato rischio sono 6,1 milioni di cui 1,1 milioni in zona sismica 1 e circa 5 milioni in zona sismica 2. La quota più consistente di edifici esposti al rischio ha un uso prevalentemente residenziale, pari a 12,9 milioni di unità, mentre gli edifici per le attività produttive sono quasi 991mila, di cui 213mila in zona sismica 1 e 778mila in zona 2. Il rischio potenziale per le strutture edilizie è elevato. Oltre il 56% degli edifici residenziali esistenti nelle zone sismiche 1 e 2 è stato realizzato prima del 1970: si tratta dunque di un patrimonio che non prevede l’utilizzo di tecniche costruttive antisismiche. Soltanto il 5% degli edifici in zona a rischio elevato è stato realizzato negli anni 2000, quando le norme tecniche hanno imposto criteri molto più restrittivi che in passato. Oltre il 55% degli edifici esistenti nelle aree ad elevato rischio sono realizzati con muratura portante e soltanto il 33% con strutture il calcestruzzo armato.

 

Cosa si sta facendo per mettere in sicurezza le strutture rispetto al rischio sismico

A livello istituzionale si lavora costantemente per la messa in sicurezza rispetto al rischio sismico soprattutto dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 quando è stato avviato il “Piano nazionale di prevenzione del rischio sismico” (Legge 77/2009). È stato stabilito un programma pluriennale organico di prevenzione, che prevede interventi sugli edifici pubblici e privati, studi di microzonizzazione sismica e analisi sulle condizioni limite di emergenza al fine di evitare o ridurre i danni. Soprattutto è stato instituito un fondo che mette a disposizione un totale di 965 milioni di euro (di cui 44 milioni di euro per l'anno 2010, di 145,1 milioni di euro per il 2011, di 195,6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012, 2013 e 2014, 145,1 milioni di euro per l'anno 2015 e di 44 milioni di euro per il 2016). Ma si tratta di una cifra esigua rispetto al fabbisogno. Secondo stime della Protezione Civile la cifra rappresenta una minima percentuale, probabilmente inferiore all’1%, rispetto al fabbisogno che sarebbe necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche.

 A cinque anni dall’avvio, il Piano procede a rilento. I dati pubblicati a luglio 2016 dal Dipartimento di Protezione Civile indicano che tra 2010 e 2013 gli studi di microzonizzazione sismica sono stati 2.097 di cui 1.089 validati e 931 consegnati, ovvero meno della metà. A partire dal 2011 gli studi di microzonizzazione sismica devono essere sempre accompagnati dall’analisi della Condizione Limite per l’Emergenza-CLE dell’insediamento urbano. Tra 2011 e 2013 sono state rilevate la programmazione 1.584 analisi, di cui 552 consegnate, 390 validate.

 Per quanto riguarda gli interventi sugli edifici, sia pubblici sia privati, ciò che è stato portato a temine non è molto. Per le strutture pubbliche, gli interventi di rafforzamento locale o miglioramento sismico o demolizione e ricostruzione di edifici ed opere pubbliche di interesse strategico per finalità di protezione civile per le annualità 2010, 2012, 2013, 2014, finanziati sono 484 e conclusi 129, ovvero poco più del 26%, e quelli con lavori in corso sono 193, quasi il 40% dei finanziati. Il contributo del fondo ammonta a 267 milioni di euro a cui si aggiungono 50 milioni di euro di contributo di cofinaziamento. Per il settore privato gli interventi strutturali di rafforzamento locale o miglioramento sismico o di demolizione e ricostruzione di edifici privati per le annualità 2010, 2012, 2013, 2014, richiesti a finanziamento sono stati 36.941. Di questi gli interventi finanziabili sono 3.342 e 1.334 attualmente non più finanziabili. Circa il 70% dei progetti finanziabili non ha ancora visto una presentazione del progetto da parte dei cittadini mentre 220 sono stati presentati, 170 già approvati, 149 gli interventi in corso di realizzazione e 467 gli interventi conclusi.

 Emerge dunque, come il percorso per raggiungere l’obiettivo di messa in sicurezza del territorio italiano rispetto al rischio sismico è ancora molto lungo e che soprattutto è ancora molto carente in termini progettuali e dell’innovazione tecnologica.

 

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