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Opere pubbliche e nuovi mercati

APR

15

2016

Infrastrutture e divari territoriali: una questione di costi?

Autore: Antonio Mura

Lo studio delle dinamiche storiche degli investimenti in opere pubbliche al livello regionale rappresenta un metodo di comparazione territoriale in grado di fornire utili indicazioni su come lo sviluppo infrastrutturale si sia distribuito sul territorio italiano. Inoltre, lo studio della distribuzione della spesa in infrastrutture, piuttosto che la dotazione fisica, permette di meglio quantificare lo sforzo di “redistribuzione” compiuto dall’amministrazione pubblica attraverso l’investimento infrastrutturale in un’ottica di perequazione territoriale.

 

E’ facile, infatti, intuire come il passaggio dagli input monetari alla realizzazione delle infrastrutture incorpori elementi di specificità territoriale, legati, ad esempio, alla morfologia del territorio, alla densità abitativa, o a livelli differenziati dei costi di realizzazione (considerando anche possibili elementi di inefficienza). In altre parole, in diversi contesti territoriali, a parità di spesa non necessariamente corrisponde un'opera con le stesse caratteristiche. Forse per questo motivo lo storico gap infrastrutturale del Mezzogiorno, che emerge da analisi di carattere quali-quantitativo (come quelle basate sugli indicatori Tagliacarne), non sembra derivare da una minore quantità di risorse investite, ma piuttosto da una minore efficacia della spesa pubblica nel tradursi in dotazione infrastrutturale.

 

Se per stimare lo stock di capitale fisso pubblico si utilizza il metodo dell’inventario permanente (cioè la cumulata degli investimenti in infrastrutture opportunamente attualizzati mediante ipotesi sui tassi di deprezzamento e sul ciclo di vita), si può osservare, in effetti, come la quota del capitale fisso relativa al mezzogiorno alla fine degli anni settanta fosse intorno al 42%, cioè superiore alla quota relativa alle regioni del Nord, con una densità superficiale anche superiore a quella delle regioni del Nord Est. A partire dall’inizio degli anni novanta, però, l’intensità degli investimenti in infrastrutture al Sud è progressivamente calata (circostanza in parte riconducibile alla fine dell’intervento straordinario gestito dalla Cassa per il Mezzogiorno). La crescita della dotazione al Mezzogiorno (sempre in termini di valore economico) è infatti scesa a poco più dello 0,7% annuo, rispetto al +2,4% registrato del decennio precedente.

 

La prima parte degli anni duemila è stata caratterizzata dalla crescita sostenuta della spesa per infrastrutture nel Nord, in buona parte riconducibile a enti e imprese del Settore pubblico allargato. Il rallentamento della seconda parte del decennio, imputabile al peggioramento del contesto economico, ha avuto inoltre un impatto meno marcato nel Nord Ovest, e in ogni modo, nel 2014, la quota di infrastrutture localizzata nel Nord è arrivata al 45%, mentre la quota del Mezzogiorno è scesa gradualmente fino a superare di poco il 37%.

 

Si può pensare che se le politiche di investimento delle Amministrazioni pubbliche sembrano aver tenuto conto del ritardo infrastrutturale del Mezzogiorno, gli enti e le imprese non appartenenti alla PA hanno, invece, concentrato i propri sforzi soprattutto nelle aree più produttive del paese. Se si considera che le politiche di investimento possono seguire obiettivi differenti, come “redistribuzione” e “massimizzazione dei risultati”, non deve sorprendere che siano le Amministrazioni pubbliche a farsi maggiormente carico dei primi, mentre le imprese (per quanto inquadrate entro i confini del Settore pubblico allargato) perseguano tendenzialmente obiettivi legati ai risultati economici.

 

Ma se lo studio della distribuzione della spesa in infrastrutture, piuttosto che la dotazione fisica, permette di meglio quantificare lo sforzo di “redistribuzione” compiuto dall’amministrazione pubblica attraverso l’investimento infrastrutturale in un’ottica di perequazione territoriale (con meno evidenza negli investimenti del SPA), alla luce delle analisi sulla dotazione e sulla qualità delle infrastrutture, come quelle compiute dall’istituto Tagliacarne, sembrerebbe che questo sforzo sia stato poco efficace.

 

Come detto, il motivo è da ricondursi al passaggio dagli input monetari alla realizzazione delle infrastrutture, e molteplici sono i fattori capaci di incidere sui costi effettivi delle opere realizzate, oltre al costo di materiali e manodopera, elementi legati al territorio (orografia, densità abitativa, contesto paesaggistico e ambientale), così come la diversa tipologia di opere realizzate e l’inefficienza della pubblica amministrazione (si pensi a situazioni di imposizione di ditte locali di costruzioni, oppure a situazioni di subappalto).

 

A titolo puramente indicativo, rapportando un indice di dotazione infrastrutturale, dedotto dalla misura economica dello stock al 2015, con l’indice complessivo di dotazione infrastrutturale così come calcolato dall’istituto Tagliacarne, è possibile arrivare a definire un indice approssimativo di costo, e, come detto, non sorprende che il valore che emerge per le regioni del Mezzogiorno si mostri decisamente più elevato, specialmente nel confronto con le realtà regionali del Centro e del Nord-Est.

 

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